La cosa giusta

Due poliziotti e un arabo sospettato di terrorismo: un pedinamento che diventa l’inizio di un rapporto umano, un’occasione per riflettere sui confini tra l’Io e l’Altro
di Michele Zanlari
michez@iol.it
Un sorriso a quel che conosciamo bene ed un pensiero poco accomodante a quanto si avvicina lentamente dallo sfondo. Sono questi i confini della rappresentazione nel cinema italiano della diversità?
Io e l’altro, i confini caduti e un’identità da costruire sui corpi che ci passano accanto. Sono i margini toccati dai film italiani selezionati all’ultimo Torino Film Festival; qualcuno con vertici poetici insospettabili (La bocca del lupo di Pietro Marcello), altri con limiti di linguaggio altrettanto evidenti (La straniera di Marco Tullo). In mezzo, La cosa giusta, il film che Marco Campogiani ha scritto a partire da una sequenza che aveva ben chiara in testa: due poliziotti stanno seguendo uno straniero, quando questo di colpo allarga il braccio destro per avvisare che sta per voltare, facendo capire che il loro pedinamento non è molto discreto. Un sorriso (i poliziotti si beccano una lavata di capo dai superiori, ma stringono amicizia con lo straniero) e un pensiero scomodo (l’ambiguità di una persona distante).
Campogiani punta molto sull’empatia tra i suoi personaggi (Paolo Briguglia, Ennio Fantastichini e Ahmed Hafiene) per raccontare una storia dalla situazione investigativa classica, con qualche risvolto di attinenza alla cronaca recente. Khalid viene scarcerato e due poliziotti, uno giovane e l’altro navigato, non devono perderlo di vista perché sospettato di terrorismo.
È chiaro che con queste premesse La cosa giusta deve guardarsi in primo luogo dal rischio di seguire quel solco televisivo che accompagna sia la rappresentazione delle forze dell’ordine che quella dell’immigrato arabo. Ci riesce in pochi momenti, quelli più inattesi, in cui le parole tra Briguglia e Fantastichini sembrano catturare un po’ d’improvvisazione. Il resto dei dialoghi si svolge nella cornice innocua di una scrittura veloce, priva di asperità. Anche senza pretendere un’opera potente sui temi dell’immigrazione e del sospetto – e ce ne sarebbe bisogno – La cosa giusta paga lo scotto della sua idea di partenza. Il tono divertito che accompagna tutte le situazioni, anche quelle potenzialmente drammatiche, è una marcia in più sul piano del ritmo, ma diventa limitante nel momento in cui si fa riferimento al caso Abu Omar, si tenta la via della riflessione sul mestiere del poliziotto o si mette piede all’estero (l’incipit e la conclusione sono girati in Tunisia).
Minaccia leghista, diritto negato, decreto d’espulsione e legge sull’immigrazione sono parole che transitano sul copione del film con la stessa inconsistenza che incontrerebbero in un talk show televisivo. Affrancarsene per agevolare il racconto è sempre possibile. In nome di un sorriso è poco. È nulla.

