I paradossi di Chronos e le trappole di Hollywood

L’odissea esistenziale a ritroso di Benjamin Button mette in scena le aporie del Tempo e l’antico mito del puer senilis. Con qualche caduta di troppo nei cliché del melodramma
di Federico Maria Monti
Depotenziamento iniziale e rinvigorimento progressivo sono i due poli all’interno dei quali si esprime la parabola paradossale di Benjamin Button. Cosmonauta di se stesso, egli viaggia nel proprio corpo descrivendo un’odissea individuale a ritroso nell’esperienza e nelle emozioni. Se l’immagine degenerescente di Dorian Gray era un idolo statico separato dal corpo etico attivo, e sul quale, a tutto vantaggio dell’Altro, veniva scaricato in modo espiatorio l’orrore del vizio e del decadimento, Benjamin Button è un postlibertino errabondo che però assume per intero, su di sé, il rischio della sua avventura esistenziale; una traiettoria di vita lanciata sempre nella direzione contraria rispetto ai normali vettori del mondo. Tutto ha inizio dal mesto ticchettìo di un orologio; un grande orologio issato sulla cima in ferro battuto di una stazione di New Orleans. All’inaugurazione, sotto gli occhi degli astanti, le lancette dell’orologio, in segno di lutto, e per volontà del loro fattore cui la guerra ha portato via il figlio, si rifiutano di guidare in avanti il passo circolare del tempo, invertendone la marcia, quasi ad evocare un’improbabile resurrezione. Ecco allora come il sortilegio dell’orologiaio innesca il prodigio; il dolore sovverte per un istante l’ordine delle cose e ciò che ne deriva porta con sé la traccia di un’altra logica, di un’altra dimensione. Difatti qualcosa accade: nell’ultimo giorno della Grande Guerra viene al mondo Benjamin, un bimbo vecchio, decrepito: un fagottino di rughe, sordo e avvizzito, dolente di artrosi e cataratte. Abbandonato dal padre viene adottato dalla signora Queenie, governante di una casa di riposo che lo alleva come un figlio. Nessuno avrebbe scommesso sulla sua vita; invece il bimbo non solo sopravvive, ma cresce e ringiovanisce a dispetto dei cari che invecchiano e muoiono intorno a lui. E poi c’è l’amore, per Daisy. Una passione che la biologia capovolta di Benjamin non gli consente di cogliere appieno. Si sprigiona così la tensione asintotica di un amore mai pienamente sincronizzato; ad eccezione di quando le anime erranti di Benjamin e Daisy giungono al solstizio delle loro età; dove le parabole ascendenti e discendenti delle loro vite s’incontrano per un momento e si arrestano, si fermano il tempo necessario per mettere al mondo una bambina e riparare in questo modo il meccanismo inceppato. La nascita della bambina, riportando ordine nel Tempo, riaccorda l’orologio, ricuce i lembi strappati delle due esistenze, coagula le anime, le “abbottona” (i nomi non sono mai casuali!) letteralmente facendo passare la bombatura fallica dell’animus nell’alamaro dell’anima combattente esiliata. Il racconto di Fitzgerald è la metafora dell’irraggiungibilità dell’amore assoluto, ma conoscendo il dandismo dell’autore, è anche una metafora dell’alibi del libertino assoluto (il libertino di Fitzgerald segue un itinerario circolare che parte da Kierkegaard passa per Sade arriva da Klossowski per tornare poi a Kierkegaard), perché ne legittima l’ideologia amatoria da questi praticata. Il curioso caso di Benjamin Button inscena un’ipotesi metafisica incarnata nella narrazione di un paradosso biologico: il puer senilis. Il topos del vecchio-bambino è antico; prima di affascinare il genio letterario di Scott Fitzgerald, che lo ha strappato con la penna all’alveo esclusivo del mito, già circolava come patrimonio comune di molte culture: nell’Etruria degli aruspici, sotto il nome di Tagete (il prodigioso bimbo oracolare dai candidi capelli spuntato all’improvviso da una zolla di terra), e in estremo oriente, in Cina, sotto la canizie di Lao Tze che significa appunto “vecchio maestro”. È strano, ma da un po’ di tempo Hollywood sembra nutrire un interesse nuovo per i paradossi di Chronos; già Coppola con Un’altra giovinezza (Youth Without Youth) si era fatto sedurre dal romanzo del grande storico delle religioni Mircea Eliade portando sullo schermo la storia “magica” di Dominic Matei, lo studioso di lingue orientali che ringiovanisce dopo un’accidentale folgorazione. Ora invece è toccato a David Fincher di cimentarsi coi misteri di Aion, trovandosi a maneggiare per la prima volta la materia impalpabile del tempo, optando di innestarla, con scarsa inventiva, sul prevedibile andamento retrospettivo dell’analessi. La trappola che lo attendeva al varco, e che a nostro avviso non è riuscito ad evitare, era quella insidiosa dell’illustrazione olografica da sofisticato feuilleton. Anticata e accattivante quanto si vuole, tuttavia la regia di Fincher, senza il sostegno di una genuina ispirazione, è incapace di sottrarre il film al suo destino di manieristico naufragio nel melodrammatico. Ansioso di suscitare il sublime patetico con le fumisterie digitali asservite alla cosmesi geriatrica, il film scommette tutto il suo capitale narrativo sul lirismo emotivo, che però scaturisce un po’ troppo prevedibilmente dalle sue drammatiche premesse, con la stessa meccanica certezza di un sillogismo. Si ha l’impressione vedendo questa pur interessante pellicola, che i veri protagonisti de Il curioso caso di Benjamin Button siano i senescenti drappeggi di rughe e di giogaie che i corpi e i volti di Brad Pitt e Cate Blanchett si scambiano come fossero pegni d’amore. Il punto di forza del film risiede maggiormente nella statica dell’idea in sé – il paradosso biologico del puer senilis – piuttosto che nello sviluppo di un intreccio che nel dispiegarsi sembra rassegnato ad assecondare, senza convinzione, le dinamiche sentimentali che si stabiliscono tra Benjamin e l’amata Daisy. Sebbene David Fincher non sia né Bergson né un poeta-cineasta del tempo e della memoria del calibro di Alain Resnais, e sebbene Il curioso caso di Benjamin Button non sia Providence, ci sarebbe piaciuta una regia più libera e meno infeudata ai soliti imperanti dogmi hollywoodiani; evidentemente Fincher è ancora troppo giovane per filmare il Tempo; del resto, se invece di Brad Pitt fosse stato lui, come regista, a nascere vecchio senz’altro si sarebbe risparmiato simili macroscopici errori.






[...] versione a stelle e strisce affidata alle mani sapienti di David Fincher che, dopo le parentesi di Benjamin Button e The Social Network, si rituffa con risultati altrettanto grandiosi nel genere che più lo [...]