Un montepremi da Oscar

En plein di statuette d’oro per The Millionare. Trionfano anche la Winslet e la Cruz, mentre Brad Pitt e Mickey Rourke rimangono a bocca asciutta

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A dispetto di ogni previsione, la notte degli Oscar ha visto trionfare Danny Boyle e il suo The Millionaire soffiando otto statuette al più acclamato Il curioso caso di Benjamin Button che vantava ben tredici nomination. Il film di Boyle che ha come protagonista un ragazzo indiano alla ricerca dell’amore, concorrente di un quiz televisivo dal successo planetario, vince l’Oscar per il miglior film e la miglior regia, ma anche per il montaggio, la colonna sonora, la canzone originale, la fotografia, la sceneggiatura non originale. Slumdog Millionnaire, questo il titolo originale del film di Boyle, che letteralmente significa “cani dei bassifondi”, è stato girato in gran parte a Mumbay, città che ci mostra un’umanità in bilico, quella delle bidonville, e la speranza di un riscatto sociale, da realizzare sotto i riflettori di uno studio televisivo. Un melodramma confezionato ad hoc dall’arguto regista scozzese che pur evocando le leggendarie fiabe bollywoodiane, cerca gli ampi consensi del grande pubblico con una pellicola che strizza l’occhio alle mega produzioni hollywoodiane.
Delusione anche per Mickey Rourke e Brad Pitt, surclassati da Sean Penn, politico omosessuale in Milk, film premiato anche per la sceneggiatura originale. Gus Van Sant, regista di Milk, oscilla tra produzioni indipendenti e mainstreaming, lasciando però sempre un’impronta autoriale ben visibile in ciascuna delle sue opere. Lo fa anche questa volta attraverso la maschera istrionica di Penn alias Harvey Milk, consigliere comunale dell’amministrazione di San Francisco, primo politico gay dichiarato, attivista agguerrito, figura chiave degli anni 70, che ha stravolto e cambiato il costume americano.
Mentre la straordinaria Kate Winslet sbaraglia attrici del calibro di Meryl Streep e Angelina Jolie, con la sua intensa interpretazione in The Reader dove è un’ex aguzzina nazista, amante segreta di un minorenne. Sulla torbida relazione tra il quindicenne Michael e la trentenne Hanna incombe un’ombra nera, un crimine che non può essere espiato, che non solo vìola le leggi giuridiche ma quelle etiche. Non vi può essere redenzione o perdono né amore per una donna che asservita ad un bieco potere lascia morire trecento innocenti tra le fiamme di un incendio. Nello sguardo di Kate/Hanna cerchiamo di intravedere qualche barlume, una minima traccia di umanità ma leggiamo vergogna, avvertiamo il peso di un segreto ignominioso ed indicibile, riconosciamo solo vuoto e morte, vediamo la cenere di quei corpi bruciati.
Oscar postumo per l’indimenticato Heath Ledger e il suo inquietante Joker in Batman – Il Cavaliere oscuro, ennesima trasposizione cinematografica dell’uomo-pipistrello che porta a casa anche la statuetta per il Miglior Montaggio Sonoro. Il Joker di Nolan si discosta molto dal suo illustre “antenato” Jack Nicholson creato dal genio visionario di Burton. Il ghigno clownesco del “primo” Joker lascia spazio ad una smorfia che poco ha a che vedere con la natura fumettistica del personaggio. Il Joker di Ledger non é solo nevrotico né mostra particolari velleità artistiche come il suo predecessore, é un oscuro criminale, il più oscuro e temibile di tutti. E’ lui la vera anima di Gotham City, un’anima nera quanto basta per inghiottire tutto ed ipnotizzare lo spettatore; il suo ghigno non fa più sorridere ma spaventa, diventa un’eco da incubi notturni.
Miglior attrice non protagonista è Penélope Cruz, artista passionale e folle in Vicky Cristina Barcelona, commedia “spagnoleggiante” di Woody Allen, in cui l’attrice madrilena affianca Scarlett Johannsson e Rebecca Hall. Allen dirige una commedia di intrecci amorosi, complice il sole cocente di Barcelona, le architetture gotiche e colorate di Gaudì, il suono di chitarre romantiche al chiaro di luna. Cruz é Maria Elena, una fascinosa pittrice decisamente controcorrente, fuori dagli schemi, che vive un “amour fou” con il “tombeur de femme” Javier Bardem, ai limiti della follia. La sua vita é arte, non segue nessuna regola prestabilita, se non quella dettata dal suo estro creativo e dal suo cuore.
Tra le categorie minori troviamo Il curioso caso di Benjamin Button , David Fincher, a cui vanno i premi per la Miglior Scenografia, i Migliori Effetti Speciali e Miglior Trucco, e il robottino chapliniano Wall-E si aggiudica l’Award come Miglior lungometraggio di animazione. Tra i film stranieri vince l’ambita statuetta il nipponico Departures mentre La Duchessa conquista l’Oscar per i Migliori Costumi. Tra i corti vincono: Spiezlzeugland di Jochen Alexander Freydank, il documentario Smile Pinki di Megan Mylan e il cartoon La Maison en Petite Cubes di Kunio Kato. Il Miglior documentario è invece Man on Wire diretto da James Marsh e Simon Chinn. Dulcis in fundo, il Premio Umanitario dedicato a Josh Hersholt va al leggendario Jerry Lewis; non un omaggio ad una carriera artistica brillante ma il riconoscimento ad un uomo che si è distinto per il suo impegno umanitario esemplare.

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