Bronson

Sangue sulle mani: la penetrazione violenta delle immagini e il culto dei personaggi nel cinema di Nicolas Winding Refn
di Michele Zanlari
michez@iol.it
Ogni festival ha il suo film, quello di cui tutti parlano, che crea un passaparola febbrile e nel tempo arriva ad identificare un’intera edizione. Torino ha avuto il suo, Bronson, ma forse ha avuto un autore interno: Nicolas Winding Refn, protagonista della retrospettiva “Rapporto confidenziale”.
In coda, prima delle proiezioni, c’era sempre qualcuno che commentava un capitolo di Pusher o s’interrogava sul fallimento di Fear X. Ho visto addirittura due signore anziane spalancare le braccia per l’entusiasmo comune nei confronti di Bronson, la storia del detenuto più violento nelle carceri inglesi.
Nicolas Winding Refn, dunque. Non ha fatto scuole d’arte, o meglio: è stato espulso quasi subito e dichiara di non aver imparato niente nemmeno alla Danish Film School. Conosce chiaramente le regole, ma solo per violarle nella forma e nella sostanza. Professa un cinema basato sull’idea della penetrazione violenta che colpisce emotivamente lo spettatore. Abbraccia il sangue, quasi spontaneamente centrale in ogni sua opera, eppure lo rende qualcosa d’altro ai nostri occhi: puro, nonostante la sua origine violenta, e di certo meno sporco degli oscuri moti umani che lo generano. Nato a Copenaghen nel 1970, Refn rappresenta l’altra faccia del cinema giovane danese rispetto ai rigori del Dogma o agli “inganni” di Lars Von Trier. Anche lui muove parecchio la macchina da presa nel suo folgorante esordio con Pusher (1996), ma il legame creato con lo spettatore ha una natura totalmente diversa: sempre disturbante eppure sincera, quasi confidenziale.
Il cinema di Nicolas Winding Refn crede soprattutto nella realtà che riconosce attorno a sé e nei personaggi che genera. Nei suoi film c’è addirittura un culto dei personaggi, chiaramente riscontrabile nell’esempio della trilogia Pusher. Il primo capitolo è un successo di pubblico debordante, subito considerato come la prima pietra di una new wave danese. Poi è la volta di Bleeder (1999), ancora con la coppia di attori composta da Kim Bodnia e Mad Mikkelsen, che precede il gran salto della coproduzione hollywoodiana.
Nonostante le prime critiche positive, Fear X (2003) – indagine quasi lynchiana interpretata da John Turturro – è un flop che getta il regista nella depressione documentata da Phie Ambo nel documentario Gambler (2006). Refn deve trovare al più presto i soldi per appianare i debiti e si trova costretto a scrivere di corsa Pusher II e Pusher III. Ecco, in questi due lavori praticamente su commissione della banca, l’autore compie un passo decisivo: rispettare il suo credo registico penetrante, ma spiazzare totalmente lo spettatore eleggendo a protagonisti quelli che nel primo capitolo erano solo comprimari. Ne nascono due film molto diversi tra loro, forti ma inaspettatamente commoventi. Aspri come solo qualcosa che si conosce bene può risultare. Due film che lo rimettono in carreggiata.
Ed è il momento di una nuova svolta. Nel momento in cui tutti aspettano Valhalla Rising – annunciato come un fantasy nordico e in realtà rivelatosi un film di metafisica per immagini – Nicolas Winding Refn tira fuori Bronson, la sua opera più innovativa. La violenza è giocata in termini di rappresentazione elegante, nobilitata. La moralità cade in un angolo e l’uomo che si batte contro tutti, il detenuto soprannominato “Charles Bronson”, trova la sua dimensione perfetta nelle carceri, dove può combattere senza sentirsi mai sconfitto, anche se alla fine risulterà, giocoforza, sempre sedato.
Refn compie la sua parabola e prepara un nuovo salto a Hollywood per girare un film con Harrison Ford. Prima, però, ha per le mani altri due progetti: Jekyll e The Dying of the Light. La differenza sostanziale? La spiega lui: «Nel primo ci sarà poco sesso e molta violenza, nel secondo molto sesso e molta violenza».





