Senza amore

Senza-amore

Il film di Renato Giordano affronta il delicato tema della pedofilia e lancia un messaggio contro l’omofobia

di Stefano Papalia
stevenpap@hotmail.com

Un tema importante, attuale, triste e sbagliato. Un tema che non ha tempo, ma ha un’età ed è quella dei bambini. Un tema che purtroppo resta d’attualità e c’è chi dice che non si può evitare né cambiare. Un tema dal gusto che più amaro non si può, il cui solo pensiero fa venire i brividi di orrore alle persone normali, con idee normali. Eppure in certi Stati diversi e lontani dal nostro è qualcosa di talmente comune che nemmeno se ne parla. È un tema delicato e difficile da trattare, soprattutto in un film, perché è complesso riuscire a trasmettere a chi guarda le sensazioni e la tragedia vissuta dal protagonista. Renato Giordano, regista e sceneggiatore di questo film, ci prova comunque. Lo fa, come dice, perché la storia di questo ragazzo di nome Luigi, che prima di tutto è stato un bambino, «mi ha commosso, e visto che non posso più fare nulla per lui, per questo mio fraterno amico, ho deciso di scrivere un film per raccontare le sue strane e difficili vicende». La tragedia familiare si svolge in un piccolo paese del sud Italia, protagonisti della storia e della prima parte del film sono un bambino di nome Luigi, che poi crescerà; la mamma che non ha nulla delle tipiche mamme; un vigile dalla doppia vita e dalla doppia faccia. Nella seconda parte ritroviamo Luigi cresciuto, che vive a Roma; un’istruttrice di danza amorevole e unica; e Gaetano, un omosessuale ben integrato e capace di amare davvero.
Per raccontare la trama di questo film bastano poche parole, qualche punto su un unico concetto e una certa capacità a mandar giù mattoni amari non ben confezionati. Il vigile abusa sessualmente del bambino. Il bambino lo dice alla mamma che chiude occhi e orecchie su tutta la vicenda, in cambio di denaro. Il bambino non sa cosa fare e ogni volta è costretto a concedersi, finché il fidanzato della sorella scoprirà il marcio, e la crudele relazione avrà fine. A quel punto la mamma offesa non parlerà più col figlio e lo odierà, mentre il vigile confesserà il suo amore per il bambino alla mamma e gli dirà che non sa vivere senza di lui. Il bambino cresce e vuole fare il ballerino. Va a Roma grazie alla sua insegnante di danza e pensa che basti concedersi agli uomini importanti per ottenere ciò che vuole. Quando scopre che non è così tenta il suicidio, ma Gaetano lo salva e gli fa capire i valori della famiglia e soprattutto dell’amore, valori che Luigi non ha mai conosciuto.
Il regista lo mette in primo piano, e corre lungo tutto il film, il senso di critica forte nei confronti di coloro che per ignoranza o pregiudizio accostano l’omosessualità alla pedofilia. «Non è così e non hanno nulla in comune», lo ribadisce più volte e lo urla con le scene che mostrano a quale crudeltà possa arrivare un pedofilo, a cui importa poco il sesso della sua piccola preda, l’unica cosa di cui ha bisogno è un’età, quella in cui ancora non si è in grado di ribellarsi o scappare. E poi c’è Gaetano, un omosessuale che ama nel profondo il proprio compagno, ma non ci pensa neppure un minuto ad amare Luigi, ad amarlo come un padre, come il padre che quel piccolo bambino cresciuto solo per metà, non ha mai avuto. Renato Giordano usa questo film come il mezzo per trasmettere un messaggio che ancora in pochi riescono a cogliere e lo fa con la speranza che il tempo aiuti a capire che l’omofobia, qualunque sia la sua causa, è la cosa più sbagliata che un essere umano possa provare verso un altro essere umano.

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