Torino Film Festival

Con Gianni Amelio alla guida della kermesse, il TFF ha dato grande spazio a opere prime e seconde e ha premiato per la prima volta un film italiano
di Michele Zanlari
michez@iol.it
Figure nel paesaggio e paesaggio con figure. Forme del linguaggio e realtà più forte della rappresentazione. Forte di una mancata distinzione tra fiction e documentario, il 27° Torino film Festival – il primo diretto da Gianni Amelio dopo il biennio del grande rilancio con Nanni Moretti – sovverte le definizioni per cercare la voce nuova in una selezione che, a parte l’eccezione della folle commedia Le roi de l’évasion di Alain Giraudie, ha presentato in concorso esclusivamente opere prime e seconde.
Prima di porre la questione della qualità dei singoli film – decisamente elevata – Torino 27 ha retto la scena per otto giorni con la vitalità di un’anima percepibile in ogni proiezione, in ogni sguardo suggerito da autori forti della scomodità dei loro sguardi nuovi. Ha vinto La bocca del lupo di Pietro Marcello. Ha vinto un italiano, e non era mai successo. Ha vinto un ragazzo (classe ’76) che in un documentario di 67’ ha ricostruito la storia affettiva di una città (Genova), riconducendo il reale più crudo a una natura poetica seducente e traducendo in termini emotivi un soggetto che si prestava al sordo dialogo con il presente (l’amore tra un detenuto e un trans).
«I nuovi abitanti delle caverne sono persone che trasmigrano e hanno trovato questo posto. Forse è dal mare che provengono, come naufraghi abbandonati». Marcello apre La bocca del lupo con queste parole dedicate al mondo dell’ombra, degli ultimi che si vogliono dimenticare. Con occhio gentile accarezza la sporcizia di un intero paese e ricopre di dignità il racconto a due voci di Enzo e Mary, creature delle caverne che testimoniano con ritrosia uno spettro d’amore.
È un premio che forse basta a descrivere lo spirito del festival, ma che si arricchisce nel confronto con gli estremi opposti della ricerca linguistica. Il premio speciale della giuria presieduta da Sandro Petraglia è andato in ex aequo a Crackie, film canadese di Sherry White che richiama per la durezza il primo cinema di Ken Loach, e allo statunitense Guy and Madelaine on a Park Bench di Damien Chazielle, piccolo musical jazz in cui anche il niente può sembrare tutto grazie alla corposità del bianco e nero.
Opere prime rivolte al futuro che hanno riempito le sale torinesi con una media impressionante di sold out, a testimonianza del fatto che un festival non ha sempre bisogno di posare i piedi su un red carpet. A volte basta che faccia sollevare gli occhi verso qualcosa che sta arrivando. E quando arriva può persino avere la forma di una città battuta dal mare che fa da tetto alle anime sole.


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