La prima linea

La Prima Linea

Preceduto dalle polemiche, il film di Renato De Maria racconta la fine degli anni di piombo. Dribblando cautamente sulle questioni più calde

di Laura Giacalone
laura.giacalone@gmail.com

«Il film di cui tutti hanno parlato ma che nessuno ha ancora mai visto», così si annuncia al pubblico La prima linea,  il film “liberamente ispirato” al libro Miccia corta dell’ex terrorista Sergio Segio, diretto da Renato De Maria e prodotto da Andrea Occhipinti insieme a Jean-Pierre e Luc Dardenne. Un film che ha trasformato ad arte le polemiche che hanno accompagnato la gestazione del film in un potente strumento di marketing: dalla questione del finanziamento pubblico – a cui eroicamente Occhipinti ha rinunciato alla vigilia dell’uscita del film, per timore che inquinasse la purezza d’intenti  dell’opera – alle voci di presunte pressioni politiche e malumori da parte delle associazioni delle vittime del terrorismo. Fino alle recenti dichiarazioni di Sergio Segio e Susanna Ronconi, che si sono pubblicamente dissociati dalla rappresentazione della storia veicolata dal film.
Se il nostro è un paese in cui, è vero, l’incubo della censura incombe come una spada di Damocle sulla testa di sedicenti artisti e intellettuali, è ancor più vero però che spesso gli apparati di suddetta censura non devono neppure scomodarsi, tanto ci pensano sedicenti artisti e intellettuali a mordersi la lingua, a far finta di dire per non dire proprio un bel nulla, a nascondersi nel fumo delle polemiche per occultare l’arrosto che manca. Più che un paese di censori, il nostro è un paese di rispettabilissime auto-censure.
È così che il-film-di-cui-tutti-hanno-parlato-ma-che-nessuno-ha-ancora-mai-visto, promette di raccontarci una storia di ordinario terrorismo italiano, ma si limita a tracciare la parabola, solo esteriore, di una vicenda di cui sono stati opportunamente smussati tutti gli angoli, resa inoffensiva e data in pasto al pubblico gustosamente speziata di polemiche.
Facciamo un passo indietro e raccontiamo la storia. Nel clima incandescente delle stragi terroristiche inaugurate nel ’69 dalla bomba di Piazza Fontana e proseguite fino alla fine degli anni Ottanta, opera Prima Linea, un’organizzazione armata di sinistra nata in Lombardia nel 1976 e seconda, per numero di aderenti e azioni armate, solo alle Brigate Rosse. Sergio Segio fu tra i fondatori del gruppo e si macchiò di una serie di azioni sanguinose, tra gli altri, dell’omicidio dei magistrati Emilio Alessandrini nel 1979 e Guido Galli nel 1980. Nell’82 organizzò l’evasione dal carcere di Rovigo di quattro detenute, fra le quali la sua compagna e combattente del gruppo Susanna Ronconi. È una delle ultime azioni dell’organizzazione, che verrà sciolta ufficialmente nel 1983, dopo l’arresto dei due.
Il film inizia dalla fine: Sergio (Riccardo Scamarcio) è già stato arrestato e dal carcere di massima sicurezza di Milano racconta in un flashback le circostanze che portarono allo scioglimento del gruppo: la clandestinità, il passaggio alle armi, l’incontro con Susanna (Giovanna Mezzogiorno) e l’attacco al carcere di Rovigo.
La scelta di concentrarsi sulla fase crepuscolare degli anni di piombo è intenzionale, e in qualche modo rassicurante (pare che Segio, leggendo l’incipit della sceneggiatura, avesse commentato ironicamente: «bene, il mostro è già dietro le sbarre, giustizia è stata fatta». La sua autobiografia iniziava invece con una puntigliosa disamina delle armi a disposizione del gruppo).
Oltre che rassicurante, partire dalla fine, concentrarsi sulla fase crepuscolare della lotta armata, è anche parecchio comodo: consente di dare per scontato il complesso scenario politico e sociale in cui si è generata la deriva terroristica (ridotto nel film alla rapida enumerazione iniziale degli episodi più tristemente celebri del ventennio stragista), permette di tacere completamente qualsivoglia coinvolgimento e implicazione delle istituzioni, e di dribblare sulla questione operaia, e soprattutto  legittima una rappresentazione monca, bidimensionale, sbiadita, dei protagonisti della lotta armata. Da un film che ha la pretesa di far luce su un periodo oscuro della nostra storia ci si aspetterebbe infatti qualche prova di coraggio in più. Chi erano veramente Sergio e Susanna? Da dove nasce quell’ardore cieco poi degenerato in violenza? Quali erano gli ideali di cui si nutrivano?  In nome di chi e perché combattevano?
Nel film la personalità dei due è ridotta a un parlare grave e sommesso, a sguardi fissi nel vuoto da cui dovremmo intuire una complessità d’animo che è solo postulata e mai rappresentata.
Una scelta di stile, d’accordo. Ma ogni scelta stilistica è anche una scelta ideologica, c’è poco da fare. Certo, per fortuna siamo ben lontani dalla rappresentazione pop delle contestazioni sessantottine del favoloso mondo di Michele Placido, ma a rendere più pretenzioso il film è la veste autoriale di cui si ammanta, esplicitata dalle dichiarazioni del regista: «Come è stato possibile tanto dramma, tanto dolore arrecato, e tanta dissoluzione di giovinezza? E come è possibile che nessuno lo abbia ancora compiutamente raccontato?».
Già, come è possibile?

Comments are closed.